PARTORIRE INCATENATA: Il terribile parto di Lorenza Cayuhan

Lorenza Cayuhan (30 anni) ha dato alla luce sua figlia, incatenata per i piedi ed in presenza di un gendarme, in una clinica privata nella regione del Biobío. Diverse associazioni hanno qualificato i fatti come discriminatori, portatori di violenza ostetrica ed un crudele attentato ai suoi diritti umani. Abbiamo avuto accesso alla risposta della Gendarmeria al ricorso presentato dalla Difesa, alla sua cartella clinica ed al rapporto redatto dal Dipartimento dei Diritti Umani del Collegio Medico, dove Lorenza descrive passo a passo le violazioni dei diritti di cui è stata vittima.

La dottoressa aveva spiegato a Lorenza che gli esami avevano rilevato un’ipertensione arteriosa – preeclampsia – e che bisognava intervenire quanto prima. Mentre preparavano Lorenza nella sala travaglio, l’ostetrica incaricata dell’operazione chiese a voce alta: “Chi entra in sala da parto?”.

Un gendarme, che si trovava a pochi metri dal letto, rispose che l’avrebbe fatto lui. Quindi, ha indossato il copricapo, la mascherina ed il camice. Era lo stesso funzionario che in seguito Lorenza avrebbe denunciato per averla guardata mentre era nuda durante l’esecuzione degli esami e per averla ammanettata alle caviglie prima del parto.

– Stava lì, con la porta aperta, vedeva tutto, mi ha guardata mentre mi spogliavano. Guardava il mio corpo nudo – ha raccontato alla commissione che l’ha visitata dopo aver dato alla luce la figlia.

Nel rapporto del Collegio Medico, elaborato dopo una visita congiunta con professionisti della Difesa Penale Pubblica e dell’Istituto Nazionale dei Diritti Umani, Lorenza Cayuhan ha raccontato passo a passo il suo trasferimento dal carcere di Arauco a diverse strutture sanitarie dell’ottava regione. L’ultimo, una clinica privata dove è stata costretta a partorire incatenata sua figlia a 32 settimane di gestazione.

Il documento, al quale abbiamo avuto accesso, dettaglia che almeno una settimana prima del parto la donna aveva manifestato pesanti dolori alle gambe, alla schiena e nella zona vaginale senza che però venisse trasferita in un ospedale. Il 12 ottobre, quando i malori erano ormai insopportabili, il paramedico della prigione constatò che la pressione arteriosa di Lorenza era alle stelle ed era necessario trasferirla in ospedale.

Due gendarmi, un uomo e una donna, la portarono in taxi all’ospedale di Arauco scortati da un’auto di servizio. Lì l’ostetrica di turno chiese ai funzionari che le togliessero le manette per visitarla. Questo è stato l’unico momento di tregua che ha avuto per riposare gli arti. Dopo gli esami, gli specialisti decidono di mandarla all’ospedale Regionale, Lorenza viene nuovamente ammanettata ad una barella e la trasportano in ambulanza, passando prima dal carcere per effettuare il cambio di guardia.

Il giorno seguente, dopo una complessa notte di monitoraggio, la informano che non posto e che l’avrebbero trasferita in una clinica privata convenzionata con l’ospedale. Lorenza chiede di comunicare con la sua famiglia ed il gendarme le risponde che “non poteva fare niente”. È stata l’ostetrica di turno ad essere incaricata di informare i suoi genitori che stava per partorire. Qualcosa di inspiegabile per Margarita Llebul, madre di Lorenza, che solo dopo aver visto la figlia è venuta a sapere che da oltre 24 ore stava passando tra diversi ospedali. “Immaginate se le fosse successo qualcosa di grave, non mi hanno nemmeno avvertita in tempo”.

Lorenza è arrivata alla clinica Mujer del Sanatorio Alemán de Concepción dopo le 17:00, ammanettata ad una barella. Poco dopo entra nel reparto accompagnata da sua madre e da una guardia carceraria che sua madre descrive come grassoccio, scuro e col naso grosso. “Lui ha visto quand’è nata la mia bambina – racconta Lorenza nel rapporto -, avevo entrambi i piedi incatenati…poi l’hanno portata via, mi faceva male lo stomaco, ho iniziato a vomitare e il gendarme era ancora lì”.

Il dottor Enrique Morales, redattore del rapporto del Collegio Medico, assicura che il regolamento etico dell’ordine indica esplicitamente che “la cura dei detenuti deve svolgersi senza la presenza di gendarmi, avendo le cure un carattere privato e riservato, ed il medico curante deve identificarsi”.

Margarita non conosceva le leggi, si è limitata ad accompagnare la figlia al tavolo operatorio, dove all’altra estremità si trovava il gendarme. Nonostante l’impotenza che le provocava la presenza in sala del militare, ha preferito rimanere in silenzio e frenare la rabbia. Tacere un’altra volta. “Non hanno avuto compassione di mia figlia, era gonfia e le stringevano le manette. Non capisco se è per il fatto di essere mapuche che dobbiamo essere umiliati, quando siamo persone come tutti. Anche loro sono nati da una madre”.

Margarita non riesce a levarsi dalla testa l’immagine del parto. Dice che è un ricordo che l’accompagnerà per tutta la vita. “Non dimenticherò mai che mia nipote è nata così. Lei non aveva nessuna colpa”.

Sayen è nata alle 18:00 di venerdì 14 ottobre. Il suo nome in lingua Mapudungùn significa “donna dal cuore generoso”.

* * *

Lorenza ha avuto un sussulto, e poi un brivido. In quella frazione di secondo ha capito cosa sarebbe successo. Non aveva alcun dubbio: qualcuno stava venendo in direzione di casa sua. Fuori dall’abitazione, alle quattro e mezza del mattino, oltre un centinaio di poliziotti facevano irruzione nel terreno della famiglia Cayuhan Llebul, nel settore Antiquina Alto, nei pressi di Cañete.

Lorenza era sola con suo figlio di 10 anni. È riuscita giusto ad infilarsi dei pantaloncini e una maglietta prima che buttassero giù la porta a calci. Dove sono le armi – gridavano – dove cazzo sono le armi!

Era la notte del 15 dicembre 2015. Nel rapporto redatto dal Dipartimento per i Diritti Umani del Collegio Medico, Lorenza racconta che i membri della PDI, Policía de Investigaciones, erano alla ricerca di armi e che chiedevano a suo figlio dove fossero. Hanno perquisito tutta la casa, portandosi via un computer, un cellulare, un tablet e 400 mila pesos che, assicura, non compaiono nel verbale di perquisizione.

José, fratello di Lorenza che viveva in un’altra casa nella stessa proprietà, ricorda che era coricato quando ha sentito qualcosa di simile al rumore di un treno in avvicinamento. Si è alzato, ha guardato fuori dalla finestra ed ha visto un gruppo di uomini incappucciati scendere da diversi veicoli. “Ci vengono a derubare”, ha pensato. Barricato dietro la porta d’ingresso, cercando di guadagnare tempo affinché sua moglie riuscisse a vestirsi, ha resistito all’assalto fino a quando hanno sfondato la porta. “Sono entrati nella stanza, mia moglie era nuda, mia figlia stava dormendo con lei. Si è svegliata terrorizzata. È stato estremamente traumatico”.

Gli sconosciuti si sono identificati come agenti della Policía de Investigaciones. Erano membri dell’Equipo de Reacción Táctico de la PDI, ERTA, alla ricerca di prove su un furto accaduto tre mesi prima nello stesso settore: un’imboscata a dei lavoratori dell’azienda forestale Fumivar ai quali avevano rubato un GPS, un cooler, una motosega, un’ascia, una lima ed una fotocamera digitale.

L’operativo di fermo, irruzione e perquisizione delle abitazioni fu simultaneo e diviso in quattro zone: tre nella stessa proprietà, ed un’altra nella scuola Nueva Aurora di Cañete, dove si trovava il cugino di Lorenza, Álex Ortiz Llebul. L’operazione è durata tre ore, compreso l’arrivo di due elicotteri poco prima dell’alba, essendo che l’ordine di tipo “urgente e necessario” era stato emesso dal tribunale alle ore 16:00 del giorno prima.

Lorenza è stata arrestata insieme ad altri sei parenti, tutti membri della comunità Mawidanche, e portata alla caserma della PDI Cañete. “Quindi tu sei la leader della banda… Così vi volevo, avete finito la festa”, gli avrebbe detto il procuratore Juan Yáñez. “Non avevo mai subito un arresto, era la prima volta che mi trovavo in una situazione così, non sapevo come reagire”, ha detto ai professionisti che l’hanno visitata nella clinica. Fino a quel momento non aveva nemmeno precedenti penali e lavorava come donna delle pulizie ad Antiquina Alto per l’ONG Crea, con un contratto di 45 ore settimanali.

Prima della formalizzazione, è stata trasferita all’ospedale di Cañete per constatare le lesioni “Il medico mi ha chiesto di togliermi i vestiti, persino di abbassare i pantaloni e togliere la maglietta (non avevo reggiseno), tutto questo di fronte a dei poliziotti…mi sono sentita umiliata, non avevo mai visto questi uomini, ho provato molta vergogna”, ha dichiarato nel rapporto.

In un comunicato pubblico, diffuso dopo l’arresto, la comunità Mawidanche ha dichiarato che l’arresto di sette dei suoi membri era stato esibito come “un trofeo di guerra”. Hanno accusato il procuratore Yañez di credere che “la lotta del nostro popolo obbedisca a fattori criminali, mentre è una decisione politica irreversibile delle comunità in resistenza per cacciare le imprese forestali e recuperare il territorio usurpato”.

Tutti i familiari sono finiti in custodia preventiva, dopo l’identificazione fotografica delle vittime e la partecipazione di una figura che fino ad allora era sconosciuta alla difesa: un collaboratore efficace.

La prima volta che appare il presunto testimone chiave, è stato in una dichiarazione del detective Robinson Araya. Il poliziotto dichiara, come scritto nella cartelletta investigativa, che il 12 novembre 2015 durante lo svolgimento di un’indagine nel settore Pata de Gallina, in località Contulmo, trovarono la strada bloccata da alberi e decisero di continuare a piedi. Si sarebbero quindi incontrati con un abitante del luogo che raccontò loro che chi teneva “la embarrá” nella zona era la famiglia Cayuhan, e che i leader erano i fratelli Eduardo e Lorenza.

Il collaboratore occasionale, come lo definì la procura, disse inoltre che nella scuola Nueva Aurora, “dove viveva un certo Álex”, si nascondevano una grande quantità di armi e che i generatori che stavano cercando erano in una delle case di queste persone. L’informatore chiese l’anonimato per paura di rappresaglie ed è diventato il testimone chiave del caso che si è concluso con sette membri della famiglia Cayuhan in prigione dopo l’irruzione.

Come suggerito dal collaboratore, uno sconosciuto che nemmeno ha testimoniato al processo, nel domicilio di Álex Ortiz gli investigatori hanno trovato tre fucili, una pistola, una rivoltella a salve e varie munizioni. Anche un generatore elettrico sottratto ad un’impresa appaltatrice di Entel, posto in una cantina della proprietà dove viveva Lorenza.

Gli avvocati difensori, Fernando Mardones e Manuela Royo, hanno presentato ricorso contro il rifiuto della procura di svelare l’identità dell’individuo. “Abbiamo ritenuto necessario sapere con che tipo di prove avevamo a che fare, considerato che non abbiamo mai saputo l’identità del collaboratore, se si trattava di un poliziotto o di una persona che aveva qualcosa contro i nostri rappresentati. È una figura assolutamente illegale perché non esiste all’interno del codice di procedura penale, nemmeno nel quadro del nostro ordinamento giuridico”, spiega Manuela Royo.

L’11 marzo 2016 la Corte d’Appello si è espressa a favore degli imputati, sostenendo di trovarsi in presenza di “una presunta azione di polizia, senza copertura legale, che infrange il dovuto processo penale”. La sentenza, poi ratificata dalla Corte Suprema, ha rimesso in libertà lo stesso giorno sei membri della comunità – ad eccezione di Álex Ortiz Llebul – dopo quasi tre mesi di carcere. Lorenza ritornò nella sua comunità ad Antiquina Alto. Si ricongiunse con suo figlio di 10 anni. Nello stesso mese rimase incinta.

CvfEmTeXEAAu9eE.jpg

***

La riunione era presieduta dal lonco [autorità politica mapuche n.d.t.] Segundo Cayuhan nella casa del padre di Lorenza, Eduardo, con oltre trenta membri della comunità Mawidanche. “Mio zio prese la parola, disse che dovevamo prendere una decisione”, ricorda José Cayuhan.

Pochi giorni prima, il 14 settembre di quest’anno, la famiglia ricevuto la sentenza della Corte Suprema che confermava la sentenza del giudizio verbale di tre mesi prima a Cañete. È stato un duro colpo per la comunità. Lorenza, insieme ad altri quattro comuneros, sono stati condannati a cinque anni ed un giorno come co-autori del reato di furto con intimidazione. Inoltre Lorenza è stata condannata a 71 giorni di carcere per ricettazione e ad una multa di 1 UTM [Unità Tributaria Mensile – n.d.t.] ed Álex Ortiz Llebul a 3 anni ed un giorno per detenzione illegale di armi. Gli altri due fratelli, Eduardo e Segundo Cayuhan, sono stati condannati a tre anni ed un giorno in regime di libertà vigilata.

– È una sentenza assurda, perché la stessa Corte Suprema che si era già pronunciata sull’illegalità del collaboratore occasionale, ha finito per ratificare la sentenza contro i nostri fratelli – sostiene José Cayuhan.

Il Lonco aveva lasciato la questione aperta. Si dovevano valutare le alternative, soppesare gli scenari, ma soprattutto rispettare la decisione della comunità. La bilancia, alla fine, ha pesato a favore della consegna volontaria. Non si volevano esporre i bambini ad un’altra irruzione come quella di dicembre dell’anno scorso.

La comunità si impegnò con la procura a presentarsi in tribunale dopo le fiestas patrias e sfruttare quei giorni per salutarsi in famiglia. “È stato un “dieciocho” [nome dato alla festività nazionale – n.d.t.] molto triste – racconta José – nessuno parlava. Avevamo un groppo in gola. Non siamo neanche andati a fare un giro in spiaggia, non abbiamo portato fuori i bambini, abbiamo cercato di stare più tempo possibile insieme”.

Lorenza, anche se ha sempre accettato la decisione della comunità, era addolorata di lasciare un figlio e portare l’altro dentro il carcere. A maggior ragione perché ha sempre professato la sua assoluta innocenza. “Credo che un giorno sapremo la verità e ci sarà giustizia”, ha dichiarato nel rapporto.

Martedì 20 settembre tutta la comunità ha accompagnato i condannati al tribunale di Cañete. José Cayuhan non ha voluto salutare. Dice che preferisce ricordarli in libertà. “Preferisco i re-incontri”, afferma.

* * *

Ogni volta che Margarita andava in visita dalla figlia, portava tortillas, sopaipillas e mote. Era il suo modo di “viziarla”. “Mi dava molta tristezza vederla così, cercavo di dargli forza, sollevarle il morale”, ricorda.

Tutti i giorni di visita, ogni giovedì e domenica, si alzava presto e partiva per il carcere di Arauco carica di vestiti e cose. Ci metteva tre ore per raggiungere la prigione. Il più delle volte accompagnata da José. “Stavamo sempre abbracciati, ero preoccupato che la trattassero bene, che non le mancasse nulla”, ricorda il fratello.

L’ultima visita prima del parto, José l’aveva vista sofferente: era gonfia e con dolori lombari. Vederla in quelle condizioni gli spezzava il cuore. Anche lui stava per diventare padre ed ogni volta che la andava a visitare le accarezzava la pancia. “Parlava con mia moglie delle loro gravidanze – ricorda – e si davano coraggio per andare avanti”.

Alla fine della visita, Lorenza ha chiesto a sua madre di prendersi cura del figlio, come aveva già fatto durante i tre mesi che aveva trascorso in prigione. Non era la prima volta che Margarita lo faceva. Quando Lorenza lavorava a Santa Barbara, la madre si occupava dell’educazione del bambino. “Lei ha sempre lavorato per mantenere suo figlio”, dice.

Lorenza ha cominciato a sentirsi male venerdì 7 ottobre. Il suo racconto è così minuzioso che sembrano appunti di un diario: “Avevo dolore alle gambe e contrazioni da parto, i piedi gonfi, ho avvertito l’ufficiale di gendarmeria, e la paramedica mi disse che era normale, mi toccò la pancia, non mi hanno misurato la pressione né mi hanno fatto esami, solo quello del glucosio”

Domenica 9: “Ho chiesto a mio fratello che era in contatto con l’ostetrica del policlinico, che mi mandasse qualcosa per il dolore. Mi portò delle supposte”.

Mercoledì 12: “Avevo molto dolore alla pancia e nella zona vaginale, cosicché sono rimasta distesa a letto”.

Giovedì 13: “Quando mi sono alzata ho sentito come se la bambina stesse cadendo… un’anziana mi disse di chiamare la paramedica. Mi ha detto di sopportare. Le ho risposto che era la bambina. Che non era un dolore normale. Allora mi ha portato in infermeria, mi ha provato la pressione e mi ha detto: hai ragione”.

È così che Lorenza ha cominciato il suo tortuoso percorso ammanettata nelle varie strutture sanitarie della regione. Prima l’hanno portata all’ospedale di Arauco, dove è rimasta fino alle quattro del pomeriggio e dopo gli esami è stata trasferita d’urgenza all’ospedale regionale. Tutti i trasferimenti, assicura, sono avvenuti con le mani o i piedi ammanettati.

Venerdì 14: “Mi informano che non c’era posto per la bambina nell’ospedale e che mi avrebbero portata in una clinica per fare il cesareo. Alle due del pomeriggio mi hanno tolto le manette dal letto per incatenarmi alla barella, mi hanno fatto salire sull’ambulanza per poi arrivare in clinica.

Lorenza racconta, in seguito, ciò che tutti sappiamo: un gendarme l’osserva mentre viene visitata, poi la ammanetta al tavolo operatorio e rimane nella stanza ad assistere al parto. L’intromissione è così feroce che nel momento di maggiore intimità con la neonata, Lorenza torna a posare i suoi occhi su di lui: “Io piangevo mentre mi mettevano la bambina sul petto…ed il gendarme era ancora lì, a guardare”.

La presenza di personale di Gendarmeria nei centri di salute, secondo Branislav Marelic, Direttore dell’Istituto Nazionale dei Diritti Umani, la maggior parte delle volte ha una funzione intimidatoria. “Bisogna pensare che queste violazioni possono essere percepite come comportamenti normali dalle stesse donne private della libertà, il che implica che in molti casi non esista neanche una denuncia”, assicura.

Non è stato il caso di Lorenza. Quando è arrivato suo fratello, finalmente si è potuta sfogare. Immediatamente José ha inviato una lettera a Carolina Chang, Direttrice dell’Istituto dei Diritti Umani a Concepción, spiegandole quello che era successo. In poco tempo viene contattato dall’avvocata Cristina Melgarejo della Defensoría Penale Pubblica del Biobío. La funzionaria arriva in clinica la domenica e Lorenza conferma quanto raccontato dal fratello. Lunedì 17 ottobre, nelle prime ore del mattino, l’organismo interpone un ricorso in favore della comunera mapuche.

Il giorno dopo, una delegazione del Collegio Medico, l’Istituto Nazionale dei Diritti Umani e la Defensoría Penale Pubblica, visita Lorenza in clinica. La donna conferma tutto ciò che aveva raccontato ai suoi cari.

Quella stessa mattina il senatore Alejandro Navarro presenta ricorso, insieme al padre di Lorenza, al fine di consentire ciò che fino a quel momento sembrava essere l’estensione del martirio della madre: non poter allattare sua figlia appena nata. La gendarmeria, infatti, voleva trasferire la madre in carcere e lasciare la bambina in clinica.

Il provvedimento giudiziario, accolto dalla Corte d’Appello di Concepción, ha ristabilito il diritto della madre di stare con la figlia per almeno tre mesi.

A quel punto, la notizia della madre mapuche che aveva partorito incatenata era diventata virale. La Gendarmeria ha accusato il colpo ed ha aperto un’indagine per chiarare i fatti. Ciò nonostante, il direttore regionale dell’istituzione, Christian Alveal, ha dichiarato che il parto si era svolto “nel pieno rispetto dei Diritti Umani”. “Le manette sono state tolte nel momento in cui il personale sanitario ha iniziato il monitoraggio ed ha preparato la paziente per l’ingresso in reparto”, segnala il rapporto della gendarme Andrea Concha, contenuto nella relazione inviata dalla Gendarmeria in risposta al ricorso.

La cartella clinica di Lorenza, tuttavia, contraddice la versione della Gendarmeria. L’infermiera di turno, lo stesso giorno della nascita di Sayen, nelle sue osservazioni scrive con un punto esclamativo: “la paziente viene ammanettata ai piedi!”. “Il registro che fa parte del protocollo operatorio ha un valore medico legale, nel caso esista un’incidente successivo, come la morte del paziente. Da lì la sua importanza come mezzo di prova”, precisa il dottor Enrique Morales.

Il rapporto del Collegio Medico conclude che il racconto di Lorenza è coerente e che i fatti denunciati si adatterebbero alla definizione di tortura, trattamenti crudeli, inumani o degradanti, dei diversi protocolli e trattati internazionali ratificati dal Cile, come il Patto Internazionale di Diritti Civili e Politici, la Convenzione Americana sui Diritti Umani e la Convenzione contro la Tortura dell’Organizzazione degli Stati Americani.

La famiglia di Lorenza ha inoltrato una seconda denuncia per tortura contro la Gendarmeria. Vogliono stabilire le responsabilità di tutta la catena di comando e non solo del gendarme che ha ammanettato Lorenza. La comunera mapuche è ancora ricoverata presso la clinica privata dove ha dato alla luce la figlia. Da lì ci ha inviato una lettera quando ha saputo che eravamo alla ricerca della sua storia. A corollario, ve la mostriamo:

“Io, Lorenza Cayuhan dichiaro che, indipendentemente da ciò che dichiari la Gendarmeria, mi sento violata nel mio diritto come donna, non solamente con l’ultima cosa che mi hanno fatto, bensì dallo stesso momento in cui mi hanno fermata. Solo per il fatto di essere mapuche, è stato violato il diritto di difesa per me ed i miei fratelli. E dico a tutte le donne che difendono il nostro genere, che mi sento discriminata anche per loro, perché possono parlare di tutte, tranne che me. Desidero che nessun’altra donna subisca ciò che ho passato io. E per tutte le donne violentate da questo stato razzista, esigo GIUSTIZIA”.

tfyg

Fonte: http://www.theclinic.cl/2016/11/03/parir-engrillada-el-oscuro-alumbramiento-de-lorenza-cayuhan/

Una risposta a "PARTORIRE INCATENATA: Il terribile parto di Lorenza Cayuhan"

Add yours

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: