POPOLO MAPUCHE CONTRO BENETTON, IL CONFLITTO CONTINUA

Il recupero del territorio ancestrale costituisce un “ritorno a casa” per la comunità mapuche

In mapudungun, la lingua dei mapuche che abitano ancestralmente l’estremo sud dell’America, c’è un’unico verbo che indica l’azione di andare come quella di ritornare: amutun. E’ possibile che non vi sia nulla di casuale in ciò, poiché questo popolo originario – che non ha mai abbandonato del tutto la terra che i colonizzatori gli strapparono oltre 100 anni fa – è protagonista periodicamente di nuove rivendicazioni.

L’episodio più recente è avvenuto all’alba del 10 di gennaio nella comunità mapuche Pu-Lof, quando circa 200 effettivi armati della Gendarmeria della provincia di Chubut, nel pieno cuore della Patagonia, si sono presentati a Vuelta del Río, località di Cushamen. I gendarmi eseguivano un’ordine di sgombero del giudice federale Guido Otranto nei confronti di un piccolo gruppo di famiglie originarie, stabilitesi da marzo 2015 in piena steppa patagónica, cercando di recuperare quel territorio che dal 1994 si trova in possesso dell’impresario italiano Luciano Benetton, azionista di maggioranza dell’impresa Compañía de Tierras del Sud Argentino.

Dalla sua nascita due anni fa, l’insediamento mapuche – autodenominato Pu-Lof in Resistenza Vuelta del Río- è in conflitto col governo provinciale che non vuole indigeni che risiedano lì. La comunità Pu-Lof non parla di “intrusione” né di “occupazione”, bensì di un ritorno a casa, perché ciò che promuove è l’autoriconoscimento di tutti i mapuche come tali, per successivamente passare al recupero del territorio.

Secondo l’avvocato Sonia Ivanoff, legale dei mapuche, “la radice di tutto questo conflitto bisogna cercarla alla fine del secolo XIX, quando settori oligarchici decisero di incorporare al nascente Stato argentino territori tradizionalmente occupati da popoli indigeni. Il Chubut fu consegnato a compagnie inglesi in cambio di un prestito pubblico in sterline. Come si usa dire, si consegnarono terre con gli indios dentro,è questa la situazione che rivendica il Lof [organizzazione sociale mapuche], non solo per i diritti che oggi sono riconosciuti ai popoli indigeni bensì perché oggi i popoli mapuche e tehuelche vivono nelle peggiori condizioni. E’ così che da marzo del 2015, varie famiglie mapuche decidono di rivendicare parte di questo territorio che era loro,del quale sono stati privati, in seguito ceduto alla compagnia inglese e finalmente acquisito dai fratelli Benetton.”

A dispetto di vari e spesso violenti tentativi di sgombero, il gruppo è rimasto nel territorio ed hanno collocato cartelli che recitano “Territorio Mapuche” e “Fuori Benetton!.”

Repressione vissuta

“Era un’operavito della Gendarmeria, con un camion, un canadair, un drone e oltre 200 effettivi”, dice l’avvocato Carlos María González Quintana, dell’Assemblea Permanente per i Diritti Umani di Córdoba, che si trovava sul campo durante l’operativo poliziesco di gennaio. Il pretesto per giustificare simile spiegamento di forza era il blocco di un’antica ferrovia conosciuta come “La Trochita”, oggi riconvertito in treno turistico.

Secondo González Quintana, “a Pu-Lof risiedono solo 18 persone, tra le quali ci sono quattro donne e nove bambini.”

L’Unione delle Assemblee Cittadine (UAC) che raggruppa organizzazioni sociali in tutto il paese, ha emesso un comunicato denunciando che nelle 10 ore che gli agenti sono rimasti sul luogo gli indigeni sono stati “completamente isolati e per la violenza delle azioni della Gendarmeria non v’è stato rispetto per nessun tipo di diritto umano” e sono stati sottomessi “a trattamenti altamente razzisti e degradanti.”

Il giorno dopo, il panorama si è complicato ulteriormente ed attorno alle 20:00, come racconto da testimoni, si è presentato sul posto una camionetta con personale di Gendarmeria al suo interno.

“Si ascoltava la voce di chi comandava gli uniformati dicendo: ‘Sparate, sparate, bisogna ammazzarne uno’ “, denuncia l’UAC.

I gendarmi hanno distrutto la ruca (abitazione comunitaria) nella quale si trovavano solo donne, anziane e minorenni. Hanno inoltre sparato ferendo gravemente due mapuche; in sette sono stati fermati e posti in isolamento.

La reazione delle organizzazioni non s’è fatta attendere. L’Equipo Nacional de la Pastoral Aborigen, gruppo ecclesiale cattolico, ha dichiarato che la repressione aveva dato priorità “all’interesse di stranieri su quello dei popoli indigeni, preesistenti allo Stato argentino, e ci doliamo della sofferenza generata a tanti membri del popolo Mapuche con cui solidarizziamo. Il rispetto per i diritti dei popoli indigeni non si concretizzerà criminalizzando le loro rivendicazioni.”

Critiche sono state mosse anche da Amnesty International, l’Assemblea Permanente per i Diritti Umani e vari deputati e senatori colpiti dalla sproporzionata repressione.

“Ad una donna hanno rotto un dito, diversi bambini sono stati picchiati e le forze repressive si sono portate via gli animali della comunità: una vacca ed i suoi due vitelli [la vacca ed uno dei vitelli sono morti] oltre ai cavalli. E’ stato un chiaro tentativo di isolarli per reprimerli, poiché nella zona non ci sono telefoni né radio, ed i mapuche contano esclusivamente sui loro cavalli per spostarsi “, spiega González Quintana.Distrutto inoltre l’orto comunitario e le coltivazioni, lasciandoli così senza il raccolto sul quale contavano per poter sopravvivere.

A ferro e fuoco

Le autorità locali hanno cercato che i membri della comunità mapuche Pu-Lof siano catalogati come “terroristi “, giudizio che la stessa magistratura ha scartato nel luglio dell’anno scorso. Tuttavia, e non per caso, il fantasma del terrorismo è tornato. I giornali argentini, invece di informare sulla repressione vissuta dai mapuche con l’intervento delle forze di sicurezza, hanno posto l’enfasi nella figura dell’attivista mapuche Facondo Jones Huala, un giovane di 31 anni nato in Argentina e con cause penali in Cile per incendio di terreni ed altri delitti minori.

“Facondo Jones Huala, un mapuche violento che ha dichiarato guerra all’Argentina ed al Cile “, il titolo del giornale Clarín.

Jones Huala si presenta come componente di un gruppo di rivendicazione indigena chiamato Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM) che evidenzia il diritto sulle terre dalle quali furono espulsi più di un secolo fa. Promuove inoltre il recupero delle tradizioni culturali e l’unione di quello che chiamano “il popolo nazione mapuche”. Non pochi discendenti di popoli originari che fino a poco fa sopravvivevano nei sobborghi delle città patagoniche si sono fatti eco di quella chiamata.

Forse perché, come ha segnalato l’Equipo Nacional de la Pastoral Aborigen, non si può “imporre a ferro e fuoco un ordine basato nell’ingiustizia, la privazione e la negazione dei diritti dei popoli indigeni. La violenza e la repressione statale possono generare solo maggiore ingiustizia e meno pace sociale.”

Lo Stato argentino è stato denunciato alla Commissione Interamericana di Diritti Umani (CIDH) per questa ultima e brutale azione. Tre mesi dopo lo svolgersi di questi fatti, la calma è ritornata al Pu-Lof in Resistenza Vuelta del Río , rimane sapere per quanto tempo.

Fonte: noticiasaliadas.org

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