L’acqua come strumento di normalizzazione della repressione

L’acqua dovrebbe essere una risorsa accessibile a tutt*, priva di monopolio e libera da regimi economici funzionali a fomentare separazioni tra i popoli.
Questa invece molto spesso viene usata come strumento per il controllo delle masse, subordinata al sistema capitalista e veicolata in relazione agli interessi di mercato: privatizzazione da parte delle multinazionali del settore; sfruttamento idrico a beneficio dell’agrobusiness (settore agro-chimico, industria della carne e dei derivati animali).
L’accaparramento delle terre, non di rado accompagnato dalla militarizzazione delle aree d’interesse, è l’espressione pratica di quel paradosso che vede le risorse naturali di un luogo determinare la repressione delle comunità locali.
Fotografia di questo processo è senza dubbio l’America Latina, dove le popolazioni indigene rappresentano l’ultimo baluardo a difesa di una terra storicamente soggetta a saccheggio, e che vede nell’annientamento di chi la popola una pratica ormai normalizzata a beneficio del progresso.
Testimoni di questo fenomeno sono le comunità Mapuche cilene, quotidianamente soggette a forme di ordinaria persecuzione e rastrellamenti a norma di legge per mano dello stato, direttamente o in supporto alle multinazionali di turno.
Ultimo prodotto di questo fenomeno repressivo vede il recente spostamento di due intere comunità Mapuche a favore di progetti idroelettrici nelle aree cilene del Queuco e del Bio Bio.
Zone economicamente integrate per quello sviluppo industriale canalizzato verso chi rappresenta socialmente una qualche forma di guadagno, dove si registra una forte presenza da parte di Endesa Chile.
Multinazionale spagnola operante nel settore nucleare, nell’estrazione di combustibili fossili e nella realizzazione di impianti idroelettrici, Endesa è controllata dal gruppo italiano Enel che al suo attivo ha già 3 centrali nella zona dell’Alto Bio Bio, dove vivono numeros* Mapuche Pehuenche.
Tra queste spicca il caso Ralco, emblema della devastazione ambientale mista all’oppressione dei popoli generata dal progresso capitalista. (video)
Un impianto realizzato da Endesa dopo 10 anni di conflitto permanente con le comunità indigene locali, guidate nella resistenza da Nicolasa Quintreman, storica leader Pehuenche.

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Insediamento che Enel ricicla come opera di bene a sostegno e tutela delle comunità indigene, tra studi socio economici e una mal celata opera di greenwashing:

In alcuni casi la costruzione di nuovi impianti può comportare il ricollocamento di una parte della popolazione residente nelle aree circostanti. La gestione del ricollocamento non può prescindere dal coinvolgimento delle popolazioni o delle persone colpite e da un’attenta valutazione delle problematiche psicologiche e sociali prevedibili a livello sia individuale sia di gruppo.
L’approccio alla scelta dei siti potenziali è quello di minimizzare, per quanto possibile, le necessità di ricollocamento della popolazione. Durante la fase di definizione dei siti potenziali per lo sviluppo di progetti energetici vengono condotti specifici studi che includono aspetti di carattere economico, politico, culturale e socio-demografico, tra cui l’analisi della vita quotidiana delle comunità che vivono nella zona di influenza, la distribuzione della popolazione, le forme organizzative, i livelli di occupazione e di retribuzione. Nei casi in cui tale soluzione si renda inevitabile viene garantito il rispetto della legislazione vigente nel Paese interessato, incluse le eventuali normative locali che specificano le condizioni per il ricollocamento e le modalità di calcolo del relativo risarcimento.
La sensibilità di Enel in questa tematica trova riscontro anche nella Politica sui Diritti Umani approvata nel 2013 dal Consiglio di Amministrazione. Si riportano di seguito le caratteristiche dei più significativi progetti in corso, gli impatti positivi e/o negativi (effettivi o ‘temuti’) sul territorio e il modo in cui le società del Gruppo interessate stanno promuovendo un dialogo proattivo per giungere a soluzioni il più possibile condivise.
Il Piano strategico 2016-2019 di Enel si focalizza sempre più su una crescita delle rinnovabili, abbandonando gli investimenti in impianti a carbone e la costruzione di grandi progetti infrastrutturali con elevato impatto ambientale. Tale strategia permette al Gruppo di essere maggiormente flessibile e di minimizzare gli impatti.

Ad essere colpite sono state le comunità Pehuenche di Aiyin Mapu e Los Michales, sfrattate dalle terre ancestrali tradizionalmente abitate e che collocate altrove si vedono ora precludere anche l’accesso all’acqua.
Le regioni toccate, infatti, sono soggette ad una ripartizione delle risorse idriche destinate per il 46% ad individui non pehuenche, per il 37% ad aziende e simili, e solo per il 17% a comunità indigene.

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Le operazioni di Endesa nella regione del Bio Bio, a detta della stessa Enel, hanno già provocato impatti su almeno 12 comunità, condizionando direttamente la vita di oltre 7 mila persone nell’ambito di una strategia di mercato volta a mostrare con orgoglio le vittime del proprio business, normalizzando suo malgrado quello sfruttamento socio-ambientale svenduto come necessario agli occhi dei consumatori.
Quando accendere una luce spegne la libertà di interi popoli.

Fonte: http://earthriot.altervista.org/blog/5989-2/

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