CASO «LO HERMIDA» – MATTIAS “JORDANO” BERROCAL: IL PRIGIONIERO POLITICO DI 22 ANNI PER CUI NE CHIEDONO 34 DI CARCERE.

COSA SAPPIAMO SUL CASO MATTIAS “JORDANO”

Mattias Berrocal Terrones, conosciuto tra la sua gente come Jordano, è uno dei tantissimi giovani incarcerati nel contesto dell’esplosione sociale iniziata in Cile nell’ottobre 2019.

A soli 20 anni, Mattias viene detenuto nell’ottobre 2020 come risultato di un’indagine investigativa durata quasi due anni che lo vede implicato in diversi fatti.

Si trova ad oggi in carcere, da quasi due anni, scontando prigione preventiva.

Il pubblico ministero ha presentato, in qualità di accusa, pene complessive per un totale di 34 anni.

Il caso di Mattias è considerato tra i più complessi ed inediti tra tutti quelli che si sono susseguiti negli ultimi anni in Cile successivamente il 18 ottobre 2019, soprattutto per la grande quantità di prove presentate dall’accusa contro il giovane.

La repressione durante le proteste sociali, Peñalolén (Santiago del Chile) – foto: Marcelo Garay

Il giorno 7 gennaio 2022 si è svolta la preparazione orale del processo, udienza che ha come obbiettivo l’esposizione e la revisione delle prove presentate dal fiscale e pubblico ministero contro Mattias.

All’interno del documento contenente le prove dell’accusa si trova anche la condanna sollecitata dal fiscale per i vari delitti: 5 anni e un giorno per partecipazione a società illecita (“con altri uomini e qualche donna con intento di lancio di oggetti contundenti, uso di armi, lancio di molotov al commissariato di Peñalolen”); 12 anni per tentato omicidio ai danni di un carabiniere in servizio (ritenuto un delitto grave); 8 anni per detenzione e lancio di molotov (secondo la legge sul controllo armi delle armi, di carattere reiterato); 5 anni più un giorno, sempre per la legge sul controllo delle armi – articolo 14 b per disparo ingiustificato); 800 giorni di presidio inferiore per detenzione di munizioni (ancora secondo la legge sul controllo delle armi); 800 giorni come autore di lancio di un oggetto contundente ad un auto nella via pubblica.

Come accennato, l’investigazione di lunga durata è terminata con la detenzione di Mattias. Iniziata nel 2020, si è poi conclusa nel dicembre 2021, quando il tribunale ha presentato le prove e messo a disposizione 65 testimoni, quasi tutti funzionari di polizia.

Non è poco il materiale utilizzato dalla pubblica accusa contro Mattias per chiederne 34 anni di reclusione: 27 informi di perizia e una grande quantità di registri audio-visivi, di cui circa 150 captati dalla stessa polizia (cellulare, droni, camere di sicurezza, e altri). Il materiale servirebbe per accreditare la partecipazione attiva di Mattias Jordano in diversi fatti, e ancor più grave, identificare il giovane come autore e collaboratore dei distinti reati nel contesto di protesta pubblica e protesta sociale nel quartiere Peñalolen, Regione metropolitana di Santiago.

INTERVISTA A BETSABÈ CARRASCO,LEGALE DELLA DIFESA, IN VISTA DEL 6 GIUGNO

Il prossimo 6 giugno 2022 si darà inizio al giudizio orale, che durerà tra le quattro e le cinque settimane.

In questa occasione, abbiamo incontrato l’avvocato difensore di Mattias Jordano, Betsabè Carrasco, della Defensoria Popular.

Quello che le abbiamo chiesto è un aggiornamento sulla situazione legale di Mattias e quali sono le aspettative in vista delle udienze.

È difficile fare previsioni, anche perché sarebbe irresponsabile farlo, ma sicuramente sappiamo che alcune richieste dell’accusa sono davvero eccessive e che le prove sono insufficienti per dimostrarne la veridicità e per questo lotteremo affinché queste accuse siano escluse” afferma il difensore.

Ovviamente questo è una caso importante: sappiamo che i tribunali sono estremamente conservatori nel loro modus operandi e che hanno da sempre condannato le situazioni di povertà e incarcerato chi si ribella contro il sistema”, aggiunge poi.

Come sappiamo, i governi di Sebastián Piñera prima e di Gabriel Boric ora, hanno insistito sulla non esistenza della prigione politica in Cile attraverso i media di comunicazione, nascondendosi dietro al fatto che i detenuti durante l’esplosione sociale del 2019 sono stati condannati a seguito di un processo a pene definitive che non possono cioè essere modificate.

Quello che non viene minimamente preso in considerazione – afferma la Carrasco – è senza dubbio il contesto sociale in cui sono successi i fatti e che non conosce affatto chi sono le persone dietro le sbarre, i loro profili, perché hanno preso la decisione di partecipare alle proteste. Si disconosce come ha operato il sistema giudiziario e persecutore dello stato per perseguitare attraverso azioni giudiziarie chi è sceso nelle strade a manifestarsi legittimamente contro le ingiustizie”.

Proprio per questo, in molti credono che questa complessa investigazione sia in effetti uno strumento dello stato al fine di reprimere, castigando Mattias come esempio di esercizio del potere.

Dello stesso parere è la Defensoria Popular, per cui Betsabè Carrasco afferma che “stiamo lavorando affinché questo non accada”.

E conclude: “Per tutto questo, io e altri avvocati vicini al popolo, abbiamo affermato che si esiste la prigionia politica in Cile; non solo per le pene spropositate e la prigione preventiva come strumento di castigo, ma per il contesto politico e sociale dove sono avvenuti i fatti”.

Rete Internazionale In Difesa Del Popolo Mapuche, Italia.

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